Profili

  • Filippo de Pisis, 1925.
    «Il carattere più vero del temperamento genuino del resto è la spontaneità e Mimì Buzzacchi dipinge come sorride e come si muove senza alcuno sforzo voglio dire, ed è per di più autodidatta.»
  • G. E. Mottini, 1927.
    «A Ferrara opalina nel bacio lunare, vermiglia nei freschi mattini, tutta bionda al tramonto di rame, una giovane pittrice ferrarese, Mimì Buzzacchi, dedica dieci xilografie dal nitido penetrante segno. Con un intuito d’arte spontaneo e sottile essa sceglie e ferma inconfondibilmente alcuni angoli della sua città maliosa.»
  • Giuseppe Marchiori, 1932.
    «Il torto degli xilografi nostrani è di essersi ispirati ai legni cinquecenteschi o secenteschi di quei tempi in tal modo, che edizioni per molti riguardi pregevoli, troppo ricalcate sullo stile di quei tempi, appaiono copie fedeli, senza alcuna originalità, senza alito di modernità.
    Mimì Quilici Buzzacchi, benché prediliga soggetti medioevali (Chiese e torri di Bergamo Alta) sa tagliare il legno con gusto più attuale, senza perdersi nel decorativo.»
  • Ugo Ojetti, 1938.
    «Scrittura e incisione sono tutte e due nero su bianco, pagine spesso di un medesimo libro e forse questa è una ragione per cui a noi scrittori i buoni incisori appaiono sempre con un aspetto fraterno.
    Così passando dal descrittivo al monumentale, voi siete penetrata coi vostri ferruzzi addirittura nel centro del problema che agita e divide l’arte moderna: la scelta del vero.»
  • Giuseppe Ravegnani, 1939.
    «Dirò soltanto che la bravura dell’artista è pari alla sua sensibilità, e che la padronanza dei mezzi è sicura e lieta come l’estro. Insisto piuttosto sul giusto concetto che la pittrice dimostra di avere dell’arte in genere e della pittura in particolare: che ogni “cosa” ha valore pittorico non assoluto. Per ciò non mi sorprendo della giusta modernità di questa pittura.»
  • Claudio Savonuzzi, 1953.
    «Nacquero così i paesaggi e le figure del ’51­’52: chiese di Ferrara enormi e diroccate contro il cielo. Il “Novecento metafisico” insomma, a contatto con la pittura romana stingeva un poco in surreale.»
  • Giuseppe Galassi, 1956.
    «Mimì Quilici è della stessa stoffa degli artisti ferraresi d’ogni tempo. In lei prevale, quotidianamente, quello che in musica (e proprio nella produzione del conterraneo Frescobaldi) si dice “ricercare”, donde le proviene l’apparenza eclettica e trasmutante di opera in opera.»
  • Giovanni Carandente, 1957.
    «Mimì Quilici Buzzacchi abita in una di quelle case romane che sembrano costruite apposta per un pittore. Un grande balcone ­ inatteso per quegli appartamenti fuori mano fra gli agglomerati fitti come alveari si sporge sul Tevere e lo abbraccia e lo taglia e lo dimensiona in una di quelle prospettive che Roma ormai possiede ben raramente nelturbinio della vita agitata d’oggi […].
    Di queste immagini e di questi colori la pittrice ha fatto il suo mondo raccolto degli ultimi anni. Gli alberi che il vento piega ad ogni variar di stagione le sono ormai familiari e sono per lei come i personaggi di una favola immutabile. Forse essa li ama ancor più nel grigio e spoglio aspetto invernale perché riassommano alla sua memoria le giovanili esperienze padane. Mimì Quilici Buzzacchi, che pure oggi è entrata con pieno diritto in una atmosfera pittorica romana, non ha infatti spenta del tutto in lei la carica emotiva di origine.»
  • Giorgio Bassani, 1959.
    «Ed è abbastanza significativo, mi pare, che negli ultimi tempi, nell’intento apparente di arricchire la gamma dei suoi “soggetti”, Mimì Quilici, invece di battere la campagna romana, così insidiosamente corottiana, abbia scelto il paesaggio forse più spoglio, desolato e atonale d’Italia: quello delle Valli di Comacchio. Secondo me, la signora Quilici non ha mai prodotto nessuna immagine figurativa lontanamente paragonabile, quanto a riuscita poetica, a questi paesaggi del Delta padano.»
  • Mario De Micheli, 1962.
    «Dipinge con un senso di estrema misura, di sobrietà, badando contemporaneamente sia all’esigenza costruttiva del quadro che all’incanto sottile e morbido del colore.»
  • Marco Valsecchi, 1962.
    «Ed è così radicato il ricordo delle pianure padane, delle valli allagate che riflettono nell’aria un chiarore tutto particolare e variegato di trasparenze colorate, che la pittrice, pur fattasi notare per alcuni dipinti delle sponde e dei colli che costeggiano il Tevere, ha voluto tornare alle sue terre, al suo fiume ampio, alle sue paludi antiche, sia pure per la durata di brevi stagioni pittoriche.»
  • Michelangelo Antonioni, 1963.
    «Sono paesaggi in uno spazio ideale, quello della memoria forse… poi questo suo modo di comporli in una specie di armonia astratta.»
  • Cesare Zavattini, 1965.
    «Press’a poco diceva, con delle inflessioni tra il mantovano e il ferrarese, comunque padane: “in questa piazza passavo per andare a comprare della frutta e di colpo scese l’ombra”. Oppure: “sono pini romani, erano carichi di neve e i ramicelli si rompevano per il peso, sussultavo sempre ai piccoli schianti”. Eccetera. […] Mi immetteva nella sua storia e nella sua geografia portandomi per mano e, malgrado che io sia più anziano, era uno dei casi in cui si dice vorrei essere suo figlio, cioè avere davanti al mondo questa calma e questa fiducia.»
  • Virgilio Guzzi, 1968.
    «L’idea della forma, deriva, per ciò ch’è la resa d’una atmosfera naturale e poetica, da quella esperienza ch’ebbe in Semeghini il più delicato esponente: per ciò che si può dire l’impianto tonale e la sintesi plastica, in funzione di un’idea di monumentalità e di spazio a tre dimensioni, dall’arte di Giorgio Morandi, e cioè da quel costruttivismo e tonalismo.
    Luce, forma, colore, ridotte ad unità, intassellano lo spazio; creano, nel contrasto del chiaro e dello scuro, una immagine concisa.»
  • Vito Apuleo, 1969.
    «Ne discende la linea di sviluppo del linguaggio che passa da un concetto di visione prospettica lineare della realtà, a quello pittorico che abbandona la linea a vantaggio di una immagine di insieme. Viene così a stabilirsi il dialogo tra due convenzioni della visione, con in comune la poeticità di ambientazione che si dichiara costante nel discorso dell’artista.»
  • Licisco Magagnato,1972.
    «Mimì Quilici Buzzacchi ha dimostrato sempre, in tutta la sua opera, una sensibilità particolarmente attenta ai valori architettonici della composizione e del paesaggio. In certi suoi disegni e dipinti dell’immediato dopoguerra, le rovine delle città italiane emergevano con una solidità del tutto antiromantica; non il pittoresco del fogliame sulle strutture fatiscenti, ma il permanere dei pochi muri superstiti, residui dell’ordine e dell’ossatura sconvolta. […] Anche il colore delle ultime opere, a stesure piatte e scabre, a toni intensi di terre o calcinati dal sole, sottolinea l’orografia dei piani in ritmi scanditi e salienti entro i quali s’intravvede la stessa attenzione ai motivi strutturali della realtà.»
  • Raffaele Bruno, 1978.
    «La casa è singolare, gremita di pietre e conchiglie d’ogni tempo, di sculture in legno e d’altre trouvailles africane, di collane fiori piante foglie, e di quadri sparsi sui muri o stipati tra tavoli sgabelli sedie poltrone libri tappeti. Molti sono personali, legati a un evento a un ricordo a una memoria familiare; alcuni di amici quasi tutti ferraresi, di De Pisis, Padovani, De Vincenzi, Cattabriga, Funi, Campigli. Né mancano piccole ma potenti terracotte di Annibale Zucchini, un altro ferrarese amico. Tutto il suo mondo è qui, o quasi. […]
    Dall’osservazione emerge una consapevolezza caratteristica, quella dell’attualità del passato, della possibilità cioè fuori d’ogni convenienza aneddotica di evocare nell’attualità o “durata” del presente tutti i “tempi” della propria vita, coi suoi spessori le sue labilità le sue incertezze le sue nascoste e segrete passioni. Sono stati d’animo vitali proprio per questo reversibili e ai quali si deve, credo, la sintesi delle visioni attuali.»
  • Franco Farina, 1981.
    «Atmosfere ed arcani sottili piuttosto suggeriti che esemplificati. Mimì Quilici Buzzacchi ha fatto tesoro di tutti gli incontri culturali, storici e contemporanei non solo ferraresi, accettando pragmaticamente quella parte che più aderiva alla sua robusta e caparbia personalità, solo in apparenza romantica, che rivela invece legami di concretezza con la realtà anche se la veste di poetico lirismo.»
  • Vittorio Sgarbi, 1987.
    «Attiva negli Anni Venti in una Ferrara postmetafisica e già sotto l’influenza del gusto di “Valori plastici” e di “Novecento”, la Buzzacchi fu al centro della più viva cultura letteraria del tempo, avendo sposato il giornalista Nello Quilici, direttore del Corriere Padano. […] Importante è anche la collaborazione dell’artista alla bella Rivista di Ferrara, con la elaborazione delle notevoli copertine. Va infatti ricordato che Mimì Quilici Buzzacchi è una peritissima xilografa. […]
    Sarebbe ora opportuno, per la storia migliore della città, che (si) offrisse una documentazione dell’opera grafica della Buzzacchi anche in rapporto con l’attività editoriale. Sarebbe una vera mostra interdisciplinare, che avrebbe nei due Quilici (il giornalista animatore di cultura e la pittrice) un solo, propulsivo, centro.»
  • Maria Venturini, 1997.
    «Aveva grandi occhi azzurri che in tarda età mantennero tutta la loro sorridente limpidezza. […]
    Una vita intessuta di memorie e di presenze familiari vissute intensamente e affettuosamente, non ha impedito a Mimì Quilici Buzzacchi di restare fedele alla sua vocazione: raccontare il mondo attraverso colori raffinatissimi e un disegno sicuro. La sua è una pittura di cose e di luoghi ­ Ferrara, la sua città, e i suoi lidi, il Tevere e Monte Mario come li vedeva dalla sua casa romana, le rocce di Ansedonia, i tetti e i monumenti della Roma antica, il Delta del Po e alberi, pietre, fiori; talvolta passava la notte a dipingere un mazzo regalatole in occasione di una mostra ­ subito, diceva, prima che i fiori appassiscano. Non descriveva le cose, Mimì, le trasformava in una delicata sintesi fra il loro modo di essere e il suo di vederle; c’era un margine di riconoscibilità immediata, per chi guardava i suoi quadri, e un margine di creatività da esplorare con l’occhio dell’artista. Si lamentava, ma senza gran corruccio, “non sono abbastanza astratta e alla moda con i tempi” (eravamo negli anni ’60 – ­’ 80). Ma credeva nella sua vocazione, con serenità e anche un pizzico di civetteria. Compra questo quadro, mi disse una volta, vedendomi un po’ perplessa, “quando sarò morta varrà molto di più”. Talvolta esitava a vendere ­ erano momenti della sua esperienza creativa da cui le era evidentemente difficile il distacco ­ talaltra generosamente regalava o vendeva per cifre irrisorie. […]
    Ora che Mimì non c’è più, non so se i suoi quadri sono aumentati di quotazione sul mercato artistico. So di certo che averla conosciuta è stato un regalo della vita; per la freschezza e la serenità un po’ contagiose del suo modo di guardare alle cose del mondo, per la cordialità affettuosa nell’affrontarle.»
  • Bruno Mantura, 1998.
    «Vent’anni fa, ma forse trenta, Mimì Quilici volle farmi vedere i suoi dipinti recenti. Si trattava di paesaggi realizzati con pennellate dense e disposte secondo una loro regola, geometrica diresti, se il riferimento a Cézanne non fosse palese. Così la pittrice versava il suo tributo all’arte contemporanea, quella d’avanguardia, quella che in Cézanne riconosce il padre di ogni rivoluzione artistica. I dipinti di Mimì si presentavano a conti fatti come triturazione del veduto, del dato naturale tanto da trasformarlo quasi in una struttura astratta. […] La mia memoria mi porta a rivedere anche opere sue più lontane nel tempo, bozzetti per copertine e copertine della Rivista di Ferrara con alcune vedute aeree della sua città: un abile gioco di incastri di superfici, chiare e scure, sottilissime come sottili sono i fogli di legno delle tarsie padane del Quattrocento di certo a lei care, con in più una nitida prospettiva da lei progettata e realizzata, che pur ridotta alla bidimensionalità del campo pittorico e al suo infimo spessore, appare perentoria… Mi auguro, e mi sembra tempo, che una approfondita ricerca ordini il lavoro, e lo illustri, di Mimì Quilici, un’autentica pittrice.»
  • Vincenzo Mazzarella, 1998.
    «Mimì Quilici Buzzacchi decise un giorno di involarsi, e si nascose in quella sua straordinaria xilografia del 1950 che rappresenta via della Conciliazione, dove lei restituisce a Roma ciò che Piacentini le tolse, la vera visione di quei lampioni tristi e squadrati che nella sua aria e nel suo occhio di pittore diventano torcere ardenti. Qui dà a Roma ciò che l’architetto le tolse, l’aria, il Barocco, e l’ambiente a cui erano destinati. La conobbi perché mi occupavo di Funi, quindi volevo sapere da lei del periodo tripolino. […]
    Mimì era una donna “Terribile” nel senso del sogno della scala di Giacobbe quando dice: “Questo luogo è ‘Terribile’, qui è apparso il Signore”. Donna forte, portata al presente, mi era difficile farla parlare del passato, la sua era una memoria prodigiosa ma molto selettiva; del passato aveva eliminato ciò che non voleva ricordare. […]
    Collezionava tutto, le pietre dei luoghi, i sassolini, una mania anche mia, con indicato il luogo, e li teneva in una terrina sul tavolino del salotto. Del marito, il giornalista Nello Quilici, ne parlava con affetto di figlio. […]
    La Mimì aveva affrescato una chiesa in un villaggio tripolino, con i santi Perpetua e Felicita, il bozzetto, molto bello, non voleva venderlo, ma poi arrivò Micky Wolfson vide la foto nella mia allora galleria e lo volle a tutti i costi. […]
    Donna “terribile”, ma uguale a tutte le donne, indipendenti, sane, non paurose della vita, quindi: quando decise di partire si nascose in una sua xilografia, si nascose in sé stessa.»
  • Lucio Scardino, 1998.
    «Ho conosciuto Mimì Quilici Buzzacchi nel 1981, all’epoca della sua mostra dedicata al Castello Estense di Ferrara. Agli esordi della mia attività di storico d’arte moderna, ma già particolarmente interessato alle vicende del Novecento ferrarese, la subissai subito di domande: Mimì mi promise di esaudirle se l’avessi accompagnata a Pontelagoscuro, dove voleva acquistare i “mandorlini”, i caratteristici dolci della sua infanzia. La gita con la mia vecchia Mini Minor si risolse in un insuccesso: nessun fornaio o pasticciere del paese rivierasco conosceva più la ricetta di quel delizioso dessert. Mimì provò un rimpianto di tipo quasi “proustiano”, mentre io iniziavo a soddisfare la mia sete di conoscenze. Terminata la sua mostra ferrarese, il nostro rapporto proseguì per via epistolare. La interrogavo sulla sua poliedrica attività di xilografa, autrice di cartoline (a partire da quella dedicata nel 1928 alla campana della Vittoria del Municipio, fusa da Brighenti), pittrice da cavalletto, frescante in Libia, giornalista e critica d’arte. […] Sia come artista che come corsivista del “Corriere Padano” era stata la protagonista della “nuova officina ferrarese”, tentando di saldare lo spirito dell’umanesimo estense con la lezione dell’avanguardia, riconducendo i miti locali (anche figurativi) a coordinate atemporali, in una sorta di fascinoso presente perenne.
    Oltre a precisare date, influssi, conoscenze, Mimì nel 1983 volle farmi un regalo, eseguendo un ex­ libris, il suo primo dopo tanti anni. Alla fine non ne fu gran che soddisfatta e vedendo il primo frontespizio di libro col suo disegno e il mio nome stampati a mo’ di timbro, esclamò: “mah, sembra uscito da un fumetto di Topolino!”.
    In quel periodo le chiesi inoltre di scrivere una postfazione al mio volume “Sirene di carta”, dedicato ai manifesti e alle cartoline ferraresi dal 1860 al 1960 Mimì accettò di buon grado e nacque così “Appunti e date della mia storia grafica”, breve autobiografia che partiva dai suoi primi disegni eseguiti nel 1921­23 tra Cesenatico e Ferrara. […]
    Rividi Mimì per l’ultima volta dalle mie parti a Comacchio, a palazzo Bellini, nel corso di un nebbioso pomeriggio di novembre, momento di inaugurazione della mostra “Paesaggi miei”. La trovai un po’ affaticata, ma, tutto sommato, soddisfatta, anche per essere riuscita, dopo tanti anni, ad eseguire nuovamente un ritratto, quello ad Alberto Felletti Spadazzi, vecchio amico dei tempi del “Corriere Padano” e storico ufficiale della Comacchio etrusco­romana.»
  • Lorenza Trucchi, 1998.
    «Ho conosciuto Mimì Quilici Buzzacchi nei primi Anni Cinquanta. A presentarci era stata Laura Bellini, pittrice a torto dimenticata. Moglie di Orfeo Tamburi, Laura aveva intensamente frequentato gli esponenti della Scula Romana della quale la sua pittura baroccheggiante e magmatica era un esempio felice sebbene estremo. Legava le due artiste un’ amicizia profonda nata dal comune, disinteressato amore per il loro lavoro ed alimentata, giorno dopo giorno, proprio dalle difformità dei caratteri. Dolce, calma, chiara, aggraziatamente distratta Mimì, aspra, ansiosa, scura, popolarescamente polemica Laura.
    Anche le loro case erano diverse. Laura viveva all’ottavo piano di un palazzone di piazza Melozzo in uno studio dalle grandi vetrate perennemente spalancate. Mimì alloggiava in un appartamento con note di sobria eleganza dal quale si godeva una vista splendida: le colline di Monte Mario e l’ansa del Tevere che scorreva libero di argini tra campi e filari d’alberi. Sebbene trasferita a Roma dal 1946, Mimì Quilici non ha mai reciso le proprie radici padane. Possedeva una cultura, meglio la memoria di una cultura, in certa misura nordica che in giovinezza aveva trovato un banco di prova nell’intensa e magistrale attività di xilografo. Il suo referente in pittura era Cézanne, ma riletto attraverso Morandi. Sarebbe tuttavia difficile incasellarla in scuola o definirla per tendenze. […]
    All’apparenza poco mutevole, legata a una sua costanza formale e tematica, l’arte di Mimì Quilici ebbe le sue stagioni, evolse cioè nel tempo alimentata dalle segrete avventure di un’anima che fu certo poetica pur nella feriale quotidianità del vivere. Così specialmente nei suoi tranquilli e solitari paesaggi del Tevere appariva ad ogni mostra più libera nel colore e più astratta nell’orchestrazione compositiva.
    Una serena pienezza di stile che raggiunse forse gli esiti maggiori nella serie dedicata alle Valli di Comacchio.»
  • Marcello Venturoli, 1998.
    «L’impegno di Mimì Quilici Buzzacchi mi ha fatto sempre pensare a una sorta di minoranza, di grande divario fra lei e tante cose dell’esistenza e dell’ arte da affrontare per una specie di scommessa. Era intanto capace di agire nella organizzazione artistica in virtù soltanto del suo talento, della persuasione che poteva suscitare nella mente degli addetti ai lavori, abituati purtroppo a un genere più illustrativo o più formalmente astratto, come dettavano le mode degli espressionisti viscerali intorno al 1960.
    Innamorata non tanto di Roma, quanto del panorama fluviale che si poteva contemplare da un appartamento da lei abitato sul Lungotevere, da dove mi ricordo si godeva a quel tempo una vista di eccezionale bellezza, la pittrice a causa della grande umidità della zona s’era presa i reumatismi, di cui si lamentava come per una ferita procuratasi in battaglia. Era poi un’ artista solitaria, non nel senso che si chiudeva perennemente a lavorare nel suo studio, ma la sua arte austera, legata prima alla lezione di Cézanne e poi a quella di Morandi (una natura vista come anima delle cose, raffigurata nella sua essenza a colpi di memoria) tendente spesso alle monocromie sui violetti o sui grigi o sui verdi, sapiente nella architettura del segno dovuto al tirocinio dell’incisione, non era certo gradita all’edonismo del medio mercato e agli esperimenti degli ultimi “ismi”. Le sue opere erano ricche di una segreta spiritualità, ben poco appariscenti, come il suo viso lunare, acqua e sapone, serissimo, anzi improntato a una certa tristezza, che assomigliava anche alla sua voce, di donna perpetuamente messa davanti a nuovi ostacoli, che avesse bisogno ogni volta di far leva su tutte le forze. Poche donne pittrici mi hanno come lei comunicato il senso della grande difficoltà di operare nella più libera scelta della espressione artistica, del grande rigore fino alle innumerevoli reiterazioni tematiche, gestuali, tonali, ritmiche, grafiche della sua pittura. […]
    Dipinti di fluviali scenari, come finestre ideali sullo spettacolo del Tevere, che sembra trascinare nelle sue ombre immagini capovolte, più vere nell’area dell’immaginario che in quella della realtà […] dove l’artista lascia al fianco dell’immagine lirica, trasalita, una data, di diario, però non come succedeva a Morandi nelle sue villeggiature di Grizzana, ai cui orizzonti appariva sempre la medesima casa, più o meno ravvicinata. Per Mimì Quilici il Tevere, il suo Tevere cammina e lei gli va dietro anima con anima. È con queste immagini spirituali il più astratto impressionismo che si possa produrre in una ricerca dove dipingere è sempre immaginare è sempre dire, prima di tutto, quadro per quadro, il proprio stato d’animo di solitaria, resa isola autosufficiente dal dono dell’arte.»
  • Pia Vivarelli, 1998.
    «Ho conosciuto Mimì Quilici Buzzacchi alla fine degli anni Settanta, in occasione di una delle sue frequenti visite all’Archivio Storico della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’artista era molto attenta ad aggiornare periodicamente il materiale documentario sulla sua produzione conservato nell’archivio e, dopo ogni sua mostra in spazi espositivi pubblici o privati, arrivava al museo con l’ordinata raccolta di copie del catalogo della mostra, dei dépliant di invito, delle recensioni all’esposizione, di fotografie delle opere esposte. Grazie a questi interventi personali dell’artista, l’archivio romano conserva oggi, tra i consueti materiali a stampa, documenti inediti e in qualche modo preziosi. […]
    Negli anni successivi ho poi appreso che l’artista applicava questo ordinato criterio di conservazione del materiale archivistico non solo a ciò che riguardava direttamente la sua pittura; conservava con altrettanta cura, ad esempio, tutti i cataloghi ­ oggi per gran parte introvabili altrove ­ delle mostre italiane del secondo dopoguerra dedicate alle donne pittrici e scultrici. Questa sua “sapienza archivistica” non era il risultato, quindi, della naturale vanità di ogni artista, che desidera lasciare traccia documentaria duratura, era piuttosto abito mentale, innato atteggiamento di fondo a considerare necessarie le future ricostruzioni storiche, le tracce oggettive, anche minime, degli eventi precedenti: un atteggiamento […] che non è proprio di tutti gli artisti.
    Mi sono molto spesso chiesta, quando tale attenzione documentaria compare non in uno storico, ma in un artista appunto, in che modo essa si rifletta nelle sua concreta produzione artistica.
    Nel caso di Quilici Buzzacchi, molti dei critici che hanno analizzato la sua pittura hanno sottolineato come essa spesso si basi sul recupero dei materiali sedimentati dalla memoria, memoria di luoghi, memoria di temi. […]
    Forse, in quei primi colloqui con Mimì Quilici negli spazi dell’Archivio Storico della Galleria Nazionale intuivo, nell’appassionata raccolta di documenti fatta dalla pittrice, questa sotterranea e stretta coerenza tra rigore archivistico e più generale impostazione del suo lavoro di artista, che mi divenne chiara quando cominciai a frequentare la sua casa e a studiare i suoi dipinti. Certo, il piacere comune di ordinare, esaminare documenti e confrontarsi con essi fu all’origine della nostra amicizia.»
  • Lia Wainstein, 1998.
    «Molti anni or sono feci la conoscenza di Mimì Quilici ad una mostra in via Sistina. Diventammo subito amiche. La sua disponibilità verso gli altri, la mancanza di presunzione rivelano una natura di eccezionale generosità e insieme una caratteristica palese anche nella sua arte.
    Da Leptis Magna alle rive del Tevere, al Castello di Ferrara, al Ponte Vecchio, agli alberi del suo giardino di Ansedonia, agli scogli di Ponza, al Po, ai riflessi nell’acqua di un canale, alla nuvola minacciosa incombente sulla cupola di San Pietro, ai Colli Euganei, tutto in Mimì Quilici suscitava un’ eco, otteneva una risposta e, filtrato dalla sua sensibilità e arricchito dalla sua fantasia, veniva restituito, o forse offerto in dono allo spettatore.
    È una pittura poetica e serena, del tutto estranea alla tentazione dello sfogo, ma un modo, al contrario, per esprimere vari aspetti di questo mondo in gran parte mediterraneo,­ ma non solo, c’è la componente ferrarese e altre.
    Ho pensato spesso, nell’ammirare questa pittura, a quanto sia umana, adatta cioè a convivere con l’uomo, a fargli compagnia, una pittura da tenere vicina, sotto gli occhi, senza che causi mai agitazione oppure un senso di stanchezza… Innanzi tutto, credo, perché da questi quadri emana un senso di freschezza, di un mondo osservato nei suoi momenti migliori, un senso quasi rassicurante, che invita a conoscere quegli alberi e quelle acque, e quindi un’impressione di grande equilibrio spirituale.»
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